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Haiku di Lillo da Grottammare (Basilio Olivieri)
Haiku, Grottamare (AP) 1988.


Copertina di Marilde Olivieri

Il testo integrale del libro
http://web.infinito.it/utenti/p/pitofs/a3/libro1988.htm

recensito dal prof. Emidio Diletti


Stanotte un ramo di pino
respira nella foschia.
Notte autunnale.

Una schiuma mulinella lo scoglio
preme l'onda...
Il ciclo è chiuso!

Da una polvere sudicia
un filo d'erba si leva.
Sogno una speranza!

Per un fantasma arido
un uomo palpita.
È un sogno deluso.

Foglie gialle
su un ramo autunnale.
Ricordo una estate.

Un turbinare d'echi
che si animano e si dissolvono.
Brusio di foglie secche calpestate.

Nel grumo di eventi quotidiani,
dispersi nel vento,
emerge il silenzio delle cose.

Filtrato da una nuvola,
un raggio di sole si dissolve.
Mi assale la solitudine.

Le mie dita si disperdono
a cianfrusare foglie secche.
Annaspo nei ricordi.

La melma ricopre
un pugno di foglie cadute.
Si metta in scena la verità!

Volo di gabbiano
ricoperto di catrame.
D'improvviso una discarica umana.

Il vento della malinconia
incalza ...
Foglie che cadono.

Nella nebbia d'autunno
l'ombra tace.
Chi sono?

Avere in sorte di assistere
un rondone in veloce gazzarra.
Parallelamente la tua vita. Uomo!

Sul lastrone sconnesso di pietra
d'improvviso un fremito.
Contatti ed intrecci di lucertole

Sul troncone inerme d'abete
un notturno dall'occhio assonnato.
Il resto è vita.

Su alcune dozzine di canne acquatiche
si posa e sparisce un'oca selvatica.
Gli uomini nacquero dopo.

Albe e tramonti.
Tremendamente silenziose le stagioni,
come granitiche immortalità.

Leggera ed immensa,
la nebbia briganteggia la pianura
incontrando una notte senza luna.

Tumuli di foglie secche
sepolte da umida neve.
Una lenta macerazione al vento freddo.

Folate di vento.
Fantasmi che brulicano
impenetrabili angosce.

Un'immensa pianura innevata
ammicca al debole sole.
Pigramente una Natura irremovibile.

Sul barbone scheletrito
un gruppetto di randagi.
Tranquillamente il saccheggio.

Sul fagiano ucciso
i germi della dissoluzione.
Natura non-stop.

Un'ombra gigantesca costeggia il colle.
Con sguardo incredulo: un passero.
Chi ha paura della notte ?

Sul fondo verde del bosco
il fascio di luce si sacrifica.
Laggiù !

Sulla costa ghiacciata,
il gabbiano attende
il frantumo del disgelo.

Sole ed ombre!
Sulla mulattiera dai molti tornanti
l'immagine vacilla.

Sulla pietra arenaria
la pioggia incide ...
Come un decalogo estetico.

Una vasta palude prosciugata
come occhio stinto dalle lacrime.
Il cuore non può sentirsi sereno.

D'improvviso.
L'urlo del gallo sgozzato!
E poi il silenzio.

Fall-out di detriti e calcinacci.
Il ragno tesse...
Chi salirà ?

Tanti aghi corrono all'impazzata,
ma poi si arrestano
Una sorta di indicazione.

Sul tetto coperto d'ardesia
serpentina il rampicante.
Lucidamente secondo natura.

Quando spira il vento.
Il soffione
crea forme di aerea leggerezza.

Sul pool di arbusti e graminacee,
angosciamente il papavero
danzando su esile supporto.

Sul cammino avvolto dalla nebbia
un fitto muro di canne.
Ma il vento scudisciando...

Silente e spopolata,
la palude attende
con ansia l'anatra autunnale.

Come frequenti precipitazioni
alternate ad improvvise schiarite,
nervosamente... oggi.

Oche selvatiche in attesa,
lungo strisce di terra marina
come moli protesi: per mete.

Quando la tempesta
immensamente sconfina all'orizzonte,
solo i gabbiani volano.

Su una superficie disabitata,
è facile da immaginare
una Natura autosufficiente e permanente.

Foglie con ritmo disordinato,
a far balzi in avanti,
come in stato di ebbrezza.

Folate di vento su foglie
che si accumulano e si aggrovigliano.
A stento riescono a sfuggirgli.

Danzando nell'acqua
il seme si allontana con l'onda successiva.
Il senso dell'attesa.

A pochi metri dal suolo,
su arenaria come rosicchiata da topi,
croste di polvere e di secoli.

Le valenze della luce
su sverniciature e screpolature d'intonaco;
come le rughe in un volto.

Nuvoloni come patine nerastre
di lampade ad olio dai fumi grassi.
Idealmente le ingiurie del tempo.

Mugolii misti ed indecifrabili,
delicati passaggi di brezza successivi
su sterpaglia estiva ormai secca.

Misurarsi con i muri
là dove potevano crescere alberi in libertà.
Gli uomini si misurano in spazi di parcheggio.

Su terra umida e paludosa,
moscerini come una nebulosa solare,
cosi che pare uno spazio di traffico.

Macchie di rovi aggrovigliati
su un campo di mais a misura d'uomo;
buchi neri in un universo verde.

Nel terreno secco e roccioso
un masso di tufo incorniciato di calura.
E non si capisce più che cosa sia.

Residui di canne e canneti
là dove terra ed acqua s'incontrano.
Un appello che mette disagio.

L'incessante risacca delle ondate
draga la ghiaia dell'antico alveo.
Cosa posso dirgli?

Lungo un budello di calcare
l'acqua cola via senza penetrare,
urtando e risuonando.

Una pozza d'acqua increspata,
specchio ustorio per folletti di luce
che poi svaniscono di colpo.

L'ombra di una nuvola solitaria,
modificata costantemente dalla luce,
smarrisce la capacità di esprimersi.

Improvvisamente il vento a nord, a est;
freneticamente torna indietro, riprende...
e si videro stormi di foglie alla deriva.

Cosi' le immagini nella mente,
come l'acqua lungo i fianchi della barca;
incontrando l'ombra della sera.

Lungo la rada sabbiosa
il fruscio delle onde;
ciclicamente in pieghe ondulate.

Nuvole che volano nel vento.
Ombre ondeggianti sulla parete scalcinata,
come un continuo cambio di scenario.

I turbini dell'aria all'orizzonte.
Quando il vento disperde le strida dei gabbiani,
l'odore d'acqua salmastra prende alle narici.

In una nicchia formata da masso franato
un risuono amplificato di tubare ossessivo.
Lasciarsi guidare dall'intuito.

Un gabbiano in umile volo
sfrecciando sopra la schiuma dell'onda.
La frustrazione di essere senz'ali.

Tra la leggera foschia del mattino
larghi squarci ad ogni alitar di vento.
Quando giunge la primavera.

Nella società del lamento culturale,
la felicità dell'immagine isolata...
incontrando una quercia solitaria.

Scrosci di pioggia primaverile
sul terreno spezzato da zolle spigolose;
e l'acqua va via ruscellando.

Al calar del sole
ricordi che s'intrecciano e s'accavallano.
Tortuose macerazioni mentali.

Su una conca acquitrinosa
invasa da canneti e cespugli di salice,
teneramente una coppia di merli.

Dal deflusso della bassa marea un'onda,
impercettibilmente scivola seguendo un leggero dislivello;
e va a riprendersi il proprio spazio.

In mezzo a muretti di sassi
segnati dalla salsedine e dal tempo,
gocce d'acqua mulinate vorticosamente dal vento.

Nel vuoto tremolante del riverbero rovente
segni vacui tracciati nel nulla.
È difficile dire dove stia la verità.

Battuti dal vento
aghi e germogli di conifere,
come il frenetico andirivieni dei cani-pastori.

Erbe e sterpaglie che bruciano,
sul terreno arido il segno delle ustioni
. E allora perchè lo fanno?

Tra le 4 e le 5 del mattino
profili e forme senza esaltazione.
E il pensiero corre...

Attraversando una zona erbosa,
labili sentieri appena segnati;
nelle sue pieghe è sedimentata l'esperienza.

Sul frutteto carico di rami,
foglie secche come posate arruginite;
melanconicamente il privilegio d'invecchiare.

Nelle brevi giornate d'inverno,
tra i turbini e l'impazzare del nevischio,
i denti si aprono e si chiudono come nacchere.

Su un acquitrino polle che affiorano in superficie,
là dove sgorga una vena d'acqua dolce.
Per gli uomini il torrente limaccioso.

Respiro ansimante e movenze artificiali.
Una volpe in una gabbia di filo metallico
ridotta ad un mucchietto di pelo tremante.

Su rosse arenarie laccate dal mare
compare una nuvola di sabbia e di polvere.
Nel tempo si sfogliano e si frammentano.

Un cupo brontolio del temporale
tra l'incrociarsi di grida di richiamo;
nuvoli di gabbiani che non riescono a planare.

L'oscurità avanza nella stanza,
in questo raccogliersi notturno lo spazio umanizzato;
...e i pensieri tornano clandestini.

Nella caligine grigia della nebbia
un diradato intreccio di esseri e cose.
M'invade un'angoscia spaziale.

Foglie stanche in angoscia sul ramo autunnale
che subiscono e resistono.
Chi sta dalla parte del vento?

Il seme autunnale che s'interra
fa presagire un messaggio.
Dalle nebbie vengono anche le leggende.

Nella mutazione della notte
il parto dell'alba invernale.
Eppure sembra tanto lontana!

Con volo silente in silenziosa solitudine
me ne vò in solitaria ricognizione.
Esasperando l'immaginazione.

Gocce che tremolano e scintillano
quando il sole disperderà le nebbie del mattino.
La suggestione sta in questo avanzare.

Tra nebbie e schiarite
questo faticoso farsi dell'alba.
Minidrammi della notte autunnale.

Un haiku per misura
per sembrar il mondo e se stessi.
Prendendo a prestito un'immagine.

Qui, sotto il cielo, la Luna
che continuamente svanisce verso ovest.
Una lunga storia di solitudine.

Cadono le esauste foglie
sulle immobili acque dello stagno.
La Morte tiene sempre in mano una clessidra.

Un cono di luce sotto le nuvole
in eremitaggio su un paesaggio in orizzontale.
E sarà subito preda del vento.

Basta un colpo di vento
sul fogliame di flessibili canne
a far rumore sordo e lamentevole.

Talvolta capita di veder
canne che si curvano e si alzano.
È duro camminar contro vento.

Con il sole a zenit
esala la foschia della calura con lucore tremulo.
La storia si concluderà in autunno.

Con il mutar del vento
semi che si sollevano e si depositano.
Chi riuscirà quest'anno ?

A volte sembra di ascoltare
musica in carenza di repertorio.
Canne che si urtano.

Nelle ombre nere delle sere autunnali,
a donar il mistero di se stessi
o a scivolar la penna dalla mano.

Un raggio di luce batte quà e là
scompostamente indugiando negli spazi d'ombra,
ad evitar di non esser lasciato solo.

Foglie autunnali
che cadono in sottile spirale.
Un andar per vortici.

Cupi silenzi
lungo un alberato spoglio.
Un velo di malinconia.

Colori rugginosi,
la libertà di ruminar pensieri.
Foglie in tema d'autunno.

Quando il freddo
si mescola al vento ...
a soffrir con la carne.

Frusciando
su foglie stanche.
In autunno.

Stormi di gabbiani
a fletter l'aria.
Sic transit ...

Sull'umile gabbiano
l'ultimo raggio,
... e poi l'inverno.

Nelle notti urbane
tante domande,
poche risposte.

Foglie al crepuscolo
in un mondo di simboli.
Fascino ecologico.

Il rombo del vento
su foglie danzanti.
Timore e meraviglia.

Ogni mattina
lo stesso pensiero:
correre in libertà.

Foglie secche
in flusso spiraleggiante.
Una folla di scalmanati.

Il vento a cavalcioni
d'un cavallo di foglie.
Geometria dell'aere.

Un turbinio d'acqua
dall'aria smarrita.
Sensazioni tra la pioggia.

Nella nebbia
a desiderar gli haiku.
In dicembre.

Grida di gabbiani
su scogli d'alghe.
Je m'accuse...

Con volo ondeggiante
a far vento incerto.
Una farfalla.

Aghi di ghiaccio
nati per sciogliersi.
In primavera.

Bolle d'aria
sul lastrone di ghiaccio.
L'attesa del disgelo.

L'arte dell'acqua
in grate di cristallo.
Vale una stagione.

Un fiore sull'acqua,
un miraggio che galleggia.
Homo sapiens...

Giochi di luce
negli angoli più bui.
Un'oasi liberty.

A seguir
il moto delle stelle.
Per un'insonnia.

Il fiore reciso
è un'impronta impressa.
Lo stimolo di ritentare.

Un uomo, una foglia.
Un ricordo, un'immagine.
Un aneddoto!

Il suono
d'un batter d'ali:
non potrà stancare.

In moto d'affanno
foglie a svolazzar,
cadendo e rimbalzando.

Gocce che s'incontrano
e si uniscono.
Scroscio di pioggia in dissolvenza.

Il vento
che rimbalza e s'abbatte.
Lo stupore ed il suo contrario.

Nella leggerezza dell'effimero:
mettersi un paio d'ali.
La sensazione di liberarsi.

Se le parole muoiono...
Scoprirsi vivo
immerso nella Natura.

Nella pigolante nidiata
scalpiccii di passi...
rampanti e rozzi.

Un aquilone sfuggente:
può innalzarsi
può discendere.

Il brontolio del tuono,
discretamente presente,
cadenza il rumore di pioggia.

Al suono d'un batter d'ali,
un volo di pensieri,
ritmati dal vento.

Nei bagliori dei lampi,
gocce che bucherellano
pozze d'acqua.

Un accumulo di pietre
con bordura di ghiaia,
l'orizzonte si ferma.

In una pozza di pioggia
la mia immagine riflessa.
Una lapide per...

Emotivamente teso
a riscoprir le stelle,
nello spazio infinito.

I colori del tramonto
per una notte stellata.
Il senso di una verifica.

Gocce di pioggia
che si schiacciano.
Con disagio nella polvere.

Quando il vento
si fà lamento,
dove va?

Quando il vento soffia
in una conchiglia...
Un poeta senza volerlo.

L'ala che si dispiega,
girando in tondo.
La semplicità dell'essere.

Una farfalla,
quasi planando,
si replica in allontanamento.

Il vento: un'arpa eolia.
Una sensazione palpabile
che va a sfumare.

Un sgomitolar di rami,
in acustica vociante,
al levar della brezza.

... e a poco a poco
un batter d'ali...
o mio Dio rendimi libero!

Quando le nebbie
cancellano i contorni,
l'orizzonte è tormentato.

Ho dunque sognato?
Adesso che stai per andartene
garrulamente!

... e il vento passava
su un fiore spezzato
minacciato d'estinzione.

Nell'inquietitudine dell'attesa
l'effetto d'un sasso in uno stagno.
Uno scacciapensieri.

Foglie in confusione
stravolgono un pianoro disabitato.
Dove nascondersi?

I colori di foglie
che cadono mille a mille.
Nerbo di armati in migrazione.

Sul corso d'acqua,
sassi arrotondati da rotolare;
come tanti altri.

Migliaia di calchi incisi
appoggiano l'ipotesi
del tempo che si è fermato.

Graffiti nel muro
parole e segni usurati.
I ricordi dell'uomo.

Folate pungenti.
Un odore intriso di sale
si fa premura.

Sul prato rasato
a scivolar l'ombra.
In solitudine.

L'edera...
a drappeggiar una quercia.
Un andar in verticale.

Fremiti di foglie
da aere in fuga continua.
Sono interminabili.

Due foglie roteando
in silenzio si dispongono all'attesa.
Immagine o desiderio?

Quando l'onda si stanca
di risalir l'arenile,
la brezza è errante.

Foglie in sospeso affanno
non sperdono l'angoscia,
nel fulmineo piovasco.

Nel tremulo albore,
crescente di luce,
frana il vuoto notturno.

Una striscia di luce,
inseguiva la coltre di buio,
ribadendo l'alba.

Pini e lecci.
In un lento meriggio estivo
la brezza è in esilio.

Nella notte di luna
molte ombre di pini
ad aleggiare tristezza.

Ad aspettar, notturni,
vuoti di silenzio
come foulards di seta.

Nella notte disperata
sgranchir pensieri...
e scivolar per essere altrove.

La bava di luce
che s'increspa e si distende
par che si riassorbe nella notte.

Un'alba che si agita
di luce e di ansietà.
A salvar l'anima frantumata.

I gabbiani sono silenziosi
in un letto di piume,
nella notte dei venti.

Mimar in bilico il vento
sull'onda di un sogno
... e allor tutto cambia.

Sfiorando il mare,
appartengo al vento
tra voglie e frustrazioni.

Onde in affollamento
a subir rutilanti brezze
e shopping di gabbiani.

Le foglie del selciato
galoppano per disperdersi
in giochi di rimbalzo.

Nel giallo del canneto
placide pozze e buche nel fango
con la solitudine di sempre.

Le acque che frusciano
ad atomizzar pulviscoli d'acqua
che non volano più.

Ho visto troppo
da volerlo dimenticare?
... e gli occhi vanno in cerca.

Nel passato che avvolge
e si fà quieto...
imbalsamare l'anima e il tempo.

Lo specchio d'acqua,
calzando un lembo di cielo,
par che si sfoglia.

Quando il vento
sa di tempesta...
a riciclar timori.

Ombre serali,
arpie della notte,
state turlupinando?

Il canneto crea
frettolose agitazioni senz'anima
nella sera che si stempera.

Di sera si va
vogliosi di ozi
a svezzar la notte.

C'è, lassù, un gabbiano
in solingo eremitaggio
a dissipar movenze.

Per inerpicanti clivi
a pigliar fiato
e a fissar le emozioni.

Su rocce sconquassate
un'onda alla deriva
per isteria di natura.

Nel rifugio della calura,
maneggiar pensieri felpati
sino a restituir le immagini.

A livello delle onde,
rugose di vento,
odor di pini e di salsedine.

Nel pomeriggio di solitudine
i pensieri sono casuali
a vagar immagini rarefatte.

L'onda che si frange
dà spazio con un suggerimento
a curvar schiuma rissosa.

Solingo sale il pennuto
a mutar angolazioni
e a scivolar misteriose ebbrezze.

Nel meriggio calliginoso,
il logorio dell'immagine...
ad imbastir ipotesi e misteri.

Io, che triste, guardo
nel suo slancio verticale
il gabbiano, ad attizzar voglie.

Iniziò, il vento,
a mantener brezza
quando s'arrese.

Nello stagno siccitoso
foglie gialle in transito.
... il vento le spingerà lontano.

Foglie e steli sommersi
a desiderar vita anfibia.
o a scoprir l'agonia?

Un lento movimento
di vento, solleva foglie
in voglia di nomadismo.

Echeggia il vento
senza una storia urbana...
nell'alveo di un sogno.

L'esoso vento
si scompone in brezza,
per mitigar voglie rissose.

Seguir il suono
di rivoli d'acqua ondulati
da sottile angoscia.

Danzano i fantasmi,
di radici inscrutabili,
sul prato ombroso.

Si frantuma la forma
il vento che fruga sui rami
a crear combinazioni.

Foglie svolazzanti
che si mescolano cadendo;
...ma ormai è un rituale.

Un tardivo guizzo di rami
a brandeggiar foglie cadenti,
come un'immagine collettiva.

Ali spiegate
a sciorinar ventosi battiti.
Una tentazione di vanità.

Foglie che si stemperano
in moti di rincalzo.
Pulsioni senz'anima.

Un ansito di vento
accompagna una scorta di foglie
impossibilitate a raccogliersi.

Nella notte chiara
spenzolano vuoti silenzi
a rifuggir l'ombre.

Qua e là la brezza
indugia e si rifugia.
Per quanto tempo?

Un sole tiepido
non riesce a consumare
le acquose nebbie.

Nebbie adagiate
come volti delicati
di pallide pupattole.

Ombre claustrali
serpeggiar pendio rugiadoso
e mendicar spazi.

Ombre in bilico
a crear spazi di luce
in successive riduzioni.

Un tramonto rosato
crea problemi d'immagine
alle fragili penombre.

In uno scenario di silenzio
il cuore recita emozioni
che non mancano d'eloquenza.

Nello scorrere dei di'
intrecciar legami
di vita o di morte.

Un colpo di vento
fà superar d'un balzo
clivi di nostalgia.

Non poter descrivere
una scena dal vero.
Un'incubo al rovescio.

Seguire un'alba
e le ombre e le luci
e il rosseggiar dei prati.

Un vento in variazione tonale
si affloscia con stridio
dipanandosi nel canneto.

Ma quante sono le storie
di giustizia e di alleanze
da soffrir in Natura?

Il vento spinge via nuvole
in voglia d'arrembaggio,
glissandole come tastiere.

Un cielo pieno di saette
trilla suoni liberatori
per un concerto avulso.

Un eco di faro lamentoso,
che par che spare,
nella fottente nebbia.

Gocce di rugiada,
che serpeggiando si animano,
in cerca di nutrice.

Non importa come
cade una foglia gialla.
Non importa quando?

Le farfalle sgusciano.
Un tremito d'ali
che poi si chiudono.

Un volo incerto e breve.
Le ali si sono distese
schiave delle sue norme.

Un taglio di luce stinto.
È un'alba che appassisce
ad un cielo invernale.

Fuori dalle nebbie
non mi riesce inventar
foglie senza volto.

Nello spazio di una notte
una sottile angoscia
in solitudine astiosa.

Si va nella notte
ad inventar storie.Talvolta.
...e la mente è in trasferta.

Le ombre della notte
frementi a patir la luce bianca
di muri senz'anima.

Nella nebbia che va addensandosi
viene imbottigliato il silenzio
come un messaggio.

Moti deliranti
su foglie secche di gelo.
Si avviteranno su se stesse?

Anagrammare l'infinito
con i suoni e i colori.
...è difficile da immaginare.

Tra i vapori umani
l'odore del fogliame bagnato.
Un frutto che matura.

Nella luce del crepuscolo
sistemar le briciole di pane
per ombreggiar la sera.

Voci nell'oscurità
a ispirar l'odore delle ombre.
Aria di stantio.

Si leva con fatica
un'alba riverberata.
Anche gli uomini, però...

Modellare la conversazione
con le misture umane.
È una sensazione di scarto.

Gli occhi fessurati di vuoto,
si propagano smarriti
nel gran silenzio.

Un vento stridulo
si frantuma in risonanza.
... un'eco dirupato.

Un sole nebbioso
riemerge tra l'aria immota.
L'orizzonte non è vuoto.

 

Prof. EMIDIO DILETTI
BASILIO (Lillo) OLIVIERI: HAIKU - Il debutto del duellante
- Grottammare 1988 -
http://web.infinito.it/utenti/p/pitofs/a3/diletti.htm


Oggi coltivare poesia è dono concesso a pochi, non per la ragione antica quanto la poesia stessa - che i poeti "veri" possono essere pochi, ma perché sparuto può essere il numero dei fruitori: il messaggio si affida agli eletti; i più sono distratti da altri piaceri. Del resto i poeti di oggi, quelli che vanno per la maggiore, quelli dei convegni, dei premi letterari, dello "Specchio" mondadoriano, parlano lingue che s'impigliano in trame inestricabili o si mortificano in sequenze di fonemi in libertà, o si frantumano in balbettii scostanti se pure non si avviliscono in serie di grafi vaganti senza centro sui fondi bianchi della pagina. Ci parve che gli ermetici avessero toccato il limite assoluto della mortificazione, il punto estremo dell'espressione strizzata, sillabata su misure ritmiche inamabili quando di ritmo fosse rimasto qualche brandello. Poi vennero altre avanguardie e neoavanguardie e postavanguardie che maltrattarono deliberatamente, con furore iconoclasta, quei frammenti rimasti forzandoli nei " di della sciatteria prosastica, dando così l'ultimo scrollo all'edificio della retorica, lordando con ogni sorta di sozzura la tradizione del "bel canto". Ora, come leggo nelle cronache, al festival di "Milano-poesia" (1989) questi campioni della distruzione, forse in fregola - tardiva di ricostruire (la logica, l'ordine, la norma, è sempre l i, dietro l'angolo, in attesa che si appresti la pompa funebre del difforme e dell'irrazionale), si lamentano che i figli e i nipoti abbiano derivato dalle loro frenesie soltanto l'arte del farfugliare insensatamente.
Mi consolo a cogliere qualche fiore non privo di profumo dall'orto di Dario Bellezza o di Patrizia Cavalli o, se nemmeno da questi mi viene un briciolo di conforto, ritorno alla lirica sensata e carica di provocazioni di maestri come Luzi o Zanzatto. Apprendo che quest'ultimo, che non ignora le forme aberranti e gli estremi della più moderna espressività, ma senza accompagnarsi alla schiera degli sperimentatori ad oltranza, ha scoperto, si direbbe per naturale effetto delle sue precedenti esperienze e in perfetta consonanza con il suo temperamento, il fascino segreto degli haiku, di questi componimenti giapponesi che si distinguono per essenzialità, semplicità strutturale e chiarezza di contenuti e che vantano un'ascendenza illustre essendo possibile rintracciarne le prime prove nel secolo XVI. Questi haiku esercitano una notevole suggestione sui contemporanei di qualunque paese, anche se tanto lontani dalla sensibilità e dalla cultura dei giapponesi a cui essi, appunto, caratteristicamente appartengono.
L'interesse di un poeta "laureato" come Zanzotto risveglia nei profani almeno la curiosità di leggere e di conoscere gli haiku. E curiosità, mista a piacevole attesa ispirata dall'amicizia, mi ha suggerito di aprire un'antologia di siffatti componimenti pubblicata di recente da Basilio (Lillo) Olivieri di Grottammare. Sulla copertina del libro di color rosso vivissimo spiccano silhouttes di bambù a ricreare un'atmosfera di paesaggi orientali. Ma dietro la facciata scorgo un barbuto don Chisciotte, caricatura dell'autore, traballante in groppa ad un ronzino sconciamente spossato a cui si affianca, appiedato e scapigliato, Sancho Panza, anche lui fornito dello stesso volto del cavaliere padrone. Nella raffigurazione casi caricaturata l'autore ha voluto rappresentare la sua modestia, significare che la sua scalata al Parnaso è stata fortuita, propria di un dilettante che corre l'avventura con il rischio calcolato di portare la sfida a dei mulini a vento. Sorprendiamo la sincerità del dichiarato ...trilemma: son don Chisciotte, o Sancho Panza, o tutti e due insieme? Si conforti Olivieri ricordando la definizione di Giordano Bruno il quale giudicò la poesia "un ghiribizzo di natura". La caricatura reca i segni della riproduzione realizzata con il computer della cui manipolazione si sa che Olivieri è maestro. A questo rilievo potrebbe accompagnarsi il sospetto che al nascere della vena poetica abbia fatto da levatrice l'elaboratore elettronico al quale - come è noto - Stefano Magistretti nel 1984 ha affidato un programma capace di produrre ...miliardi di haiku! Olivieri mi perdoni questo sospetto. Scorrendo infatti le liriche dell'antologia mi rendo conto che esse mi offrono ben altre idee, ben altre immagini, mi procurano ben altre sensazioni di quelle prospettate dal computer.
Ogni componimento, fedele allo schema del modello giapponese, propone un paesaggio da cui scaturisce uno spunto di meditazione: ma il pensiero non è una sovrapposizione all'immagine; nasce da essa per partenogenesi:

Un aquilone sfuggente:
può innalzarsi
può discendere:

penso agli alti e bassi della mia vicenda fisica, ai percorsi accidentati della mia anima;

Quando le nebbie
cancellano i contorni
l'orizzonte è tormentato:

intravvedo una confusa avventura dello spirito;

...e a poco a poco
un batter d'ali...
o mio Dio rendimi libero:

l'uomo impantanato chiede di levarsi dalla melma, schiavo che invoca di essere liberato dai ceppi. Nel modello dell'haiku giapponese mi pare che il disegno paesistico prenda rilievo assoluto: in quello di Olivieri può accadere il contrario:

Nel passato che avvolge
e si fa quieto...
imbalsamare l'anima e il tempo.

Ma il tocco paesistico in genere resta elemento determinante ad accendere l'animo e ad illuminare la mente. Fruscii d'ali, brusii di rami mossi dal vento, voli di gabbiani, foglie secche d'autunno, colori di albe e di tramonti, tremiti d'aure primaverili o brontolii di temporali, lame di luce che indugiano su "spazi d'ombra", canne che si urtano, pini e lecci, fiori rigogliosi o fiori appassiti, sassi rotolati dalla corrente del ruscello, cieli azzurri o rannuvolati, profumi di erbe, soli tiepidi o cocenti, gocce di rugiada...: trionfo della natura ritratta con il pennello che non cura baroccamente il dettaglio ma al dettaglio fa pensare procurando sottili indefinite sensazioni. Il rapporto tra poeta e natura è diretto, non ha tramite. Non v'è cenno di barche o di treni o di aerei o di case o di fabbriche. S'avverte la presenza dell'uomo senza che essa sia esplicitamente evocata: la reazione del poeta all'incoscienza della gente che si fa nemica questa natura è fatta intendere senza le forme dell'imprecazione e dell'anatema: sulle acque inquinate si posa l'occhio del poeta che a monte ricerca la causa, una "discarica umana": leggo bene, "umana"; a che servirebbe spiegare che si tratta di una fabbrica di sostanze chimiche costruita dall'uomo ?
La struttura dell'haiku non consente la descrizione distesa così come esclude il discorso narrativo. Il poeta deve evitare la definizione dei luoghi, la determinazione dei tempi; non bada ad individuare i comuni predicati funzionali che anche nella forma lirica più rarefatta si svelano nella citazione del nome proprio di un monte, di una città, di una via, di una camera, o nell'accenno ad un'occasione o nel richiamo temporale al passato a cui la memoria ricorre spesso per nostalgia o rimpianto. Anche l'haiku di Olivieri tende all'essenzialità e necessariamente si affida all'accenno generico e all'impressione; la struttura spaziale è nella misura più ridotta possibile, quella temporale ignora il prima e il dopo e conosce solo il presente come appare chiaro in questo componimento nel quale i tempi verbali sono significativamente confusi:

Improvvisamente il vento a nord, a est,
freneticamente torna indietro, riprende...
e si videro stormi di foglie alla deriva.

E' giusto leggere questi testi nell'ottica del puro impressionismo realistico? No di certo, perché la realtà vi è sfumata, evocata in immagine senza contorni dall'anima sospesa piuttosto che colta dall'occhio che possa fotografata. I1 fatto è provato stilisticamente dall'assenza dei deittici che costringerebbero a fissare e ad inquadrare lo spettacolo. Una prospettiva di lettura in chiave rigorosamente descrittiva o narrativa non è data. Ciò non impedisce a chi conosca Olivieri di pensarlo alla ricerca di spunti lungo il lido di Grottammare o su per la strada che porta a Ripatransone o sulle colline di San Savino festonate di viti o in altri luoghi d'Italia, di Iugoslavia, di Grecia che egli frequenta nelle escursioni in camper durante le ferie agostane.
E' riduttivo considerare questi haiku soltanto come visioni fugaci di paesaggi. I1 piacere che da essi ci deriva è legato anche ad uno straordinario, profondo, commovente amore per la natura, amore che trasferisce d'incanto la contemplazione nella zona della coscienza provocando reazioni emotive. Ogni reazione sottintende un rispetto per la natura vergine, per i luoghi incontaminati, per i cieli tersi e i mari puliti. Scaturisce da questa condizione fondamentale dello spirito il rimprovero per l'uomo che deturpa il magnifico habitat con i suoi interventi dissennati. Dalla constatazione del degrado cui mal si provvede nasce l'ansia di evadere in cerca del meglio che assicuri la salvezza:

Ho visto troppo
da volerlo dimenticare?
. . . e gli occhi vanno in cerca.

Così possiamo capire la meditazione sottesa alla contemplazione, lo spunto di riflessione che si ispira all'immagine e che formalmente costituisce il secondo "microtesto" di ogni haiku. Dei due estremi che la riflessione comporta, la gioia e la tristezza, è quest'ultima a prevalere: la malinconia tempera ogni immagine vivida:

Nella caligine grigia della nebbia
un diradato intreccio di esseri e cose.
M'invade un'angoscia spaziale.

Il punto di sospensione o di domanda segna il dubbio che scuote la coscienza mettendone a prova la capacità di sopportazione:

Foglie stanche in angoscia sul ramo autunnale
che subiscono e resistono.
Chi sta dalla parte del vento?

Al limite può affiorare il timore di qualcosa di grave incombente sul miracolo della vita:

Cadono le esauste foglie
sulle immobili acque dello stagno.
La Morte tiene sempre in mano una clessidra.

Tuttavia il ciclo della vita incanta il poeta: il ciclo che si compie regolare, armonioso, nella natura con la spontaneità che solo l'uomo ha smarrito. Consola l'immagine di un rampicante che si inerpica per il muro d'ardesia; un fagiano ucciso si "dissolve" per ricreare altra vita ("natura non-stop"); la vita riprende misteriosamente dal seme sbattuto dal vento chissà dove nel grembo della terra; un filo d'erba si leva dalla polvere sudicia; le foglie ingiallite d'autunno fanno risognare l'estate trascorsa. Ad ogni spettacolo inerisce un sentimento: l'anima si smarrisce alla visione del sole che filtra a fatica dalle nuvole; si inasprisce alla vista del gabbiano che ha le ali tarpate dal catrame, del gallo che viene strozzato, della volpe che è chiusa dai fili di ferro di una gabbia. C'è tuttavia la speranza che l'uomo riprenda coscienza e ritorni a vivere nella natura viva:

. . .
Scoprirsi vivo
immerso nella Natura;

che torni a gioire di una gioia reale e presente, senza doversi raccomandare ai ricordi, ai "graffiti" segnati sui muri. Esiste il pericolo che gli haiku si leghino tra loro come grani di un rosario e che per questo procurino l'impressione di una circolarità e di una monotonia non del tutto gradevoli. Opportuno sarebbe calcolare quante volte si ripetono alcune immagini espresse in parole che risultano parole-chiave: gabbiano, acqua, foglie, vento, farfalle, fiori, autunno, primavera..., con tutte le aree semantiche che a ciascuna di esse competono. Sarebbe un allettante gioco d'analisi rintracciare i valori secondari o le sfumature che distinguono un'immagine colta in questo momento, dalla stessa immagine sorpresa in altra occasione. Ad ogni modo i percorsi di lettura sono semplificabili, riconducibili a due soli piani fondamentali ai quali prima si accennava: quello dell'incanto paesistico e quello dell'emozione. Può accadere che un haiku si riduca ad annotazione diaristica:

Nella nebbia
a desiderar gli haiku.
In dicembre;

oppure:

Frusciando
su foglie stanche.
In autunno;

oppure:

Tra la leggera Foschia del mattino
larghi squarci ad ogni alitar di vento.
Quando giunge la primavera

(ma qui c'è l'indugio sullo spettacolo che riscatta l'haiku dall'aridità della denotazione temporale). In altri casi la lirica si esaurisce nell'idillio sul modello degli haiku classici giapponesi:

Il vento a cavalcioni
d'un cavallo di foglie.
Geometria dell'aere

(qui il disegno delizioso e lezioso tipico dei modelli si contempera in virtù dell'analogia che riconduce ad un referente realistico come il "cavallo");

Con volo ondeggiante
a far vento incerto.
Una farfalla

(ove a stento si pensa alla pietosa condizione dell'animaletto in balia del vento).
La stringatezza del dettato, che è di norma, costringe all'ellissi. L'ellissi è lo stilema distintivo dell'haiku: ellissi generalmente del verbo, in alcuni pochi casi spinta alle soglie della mera elencazione:

Un uomo, una foglia.
Un ricordo, un'immagine.
Un aneddoto

(in cui, per altro, si potrebbe ricamare con la fantasia in cerca di concordanze e dl riferimenti, prima incrociati poi, alla fine, sintetizzati). Capita anche che l'ellissi venga segnata dai puntini di sospensione che in determinati haiku, se non denunciano la violenza dello schema che induce alla brevità scarnita, possono creare una poetica aria di sogno o di attesa. Proprio la necessità tecnica a cui abbiamo alluso comporta il bisogno di caricare la parola di arcani significati analogici, di ricercare accostamenti audaci, metafore ardite o fuori dell'uso, di rendere il segno quanto più ambiguo e polivalente possibile (in alcune poche circostanze fino al limite dell'oscurità). Possiamo intanto osservare che sul piano dell'espressività generica e vaga si colloca la serie di un caratteristico stilema che si ripete di seguito per molti haiku: "...a svezzar la notte", "...a dissipar movenze", "...a riciclar timori", "...a imbastir ipotesi", ecc.: stilema di non facile identificazione, ambiguo tra un valore finale ed uno oggettivo (a dispetto della presenza del funzionale "a" che ricalca la plurivalenza dell'inglese "io"), con quegli infiniti tutti costantemente apocopati. E di infiniti occorrerà ancora parlare per evidenziare quelli frequentemente adoperati come sostantivi o, così come deve dirsi di molti gerundi e persino di alcuni avverbi, adoperati in senso assoluto come impersonali (del tipo, per intenderci, del montaliano "meriggiare"):

Ombre claustrali
serpeggiar pendio rugiadoso
e mendicar spazi.

Così le immagini nella mente,
come l'acqua lungo i fianchi della barca;
incontrando l'ombra della sera.

Nella società del lamento culturale
la felicità dell'immagine isolata...
incontrando una quercia solitaria.

Con volo silente in silenziosa solitudine
me ne vò in solitaria ricognizione.
Esasperando l'immaginazione.

Sul frutteto carico di rami,
foglie secche come posate arrugginite;
melanconicamente il privilegio d'invecchiare.


Questi stilemi sono i segni dell'atemporalità, della momentaneità o della simultaneità di cui abbiamo già parlato.
Il modello giapponese e le esperienze del nostro ermetismo possono assumersi come contesto culturale e letterario a cui le liriche di Olivieri fanno riferimento. Una poesia così clamorosamente intimistica e riservata, quasi sussurrata dal poeta a se stesso, che elude i modi esterni dell'allocuzione, cioè del dialogo, fa pensare all' "hortus conclusus" di poeti antichi d'arcadia o si associa all'idea della incomunicabilità che angoscia l'uomo contemporaneo. Eppure la misura umana o, se vogliamo, sociale non vi manca: essa è sottesa a quell'amore per la natura di cui si diceva: una natura come rifugio per ciascuno e per tutti gli uomini insieme vogliosi di salvezza. Si svela persino il messaggio ecologico, sia pure appena tradendosi, in questo haiku:

Foglie al crepuscolo
in un mondo di simboli.
Fascino ecologico.

Ci spiace che molte ragioni ci costringano ad una lettura solo esemplare o rapsodica che non rende giustizia ad un testo il quale, per i temei che sviluppa, miracolosamente raccoglie i frammenti lirici in pochi nuclei fondamentali casi che si possa e si debba leggere come "opus continuum". Al termine della lettura resta una pienezza di sensazioni con un'impressione prevalente, quella del moto degli esseri nella natura (non per nulla l'immagine del vento si ripete con variazioni più o meno marcate per tutta la silloge), quella della vita generarsi e riprodursi e morire - che anima le contrade di questo mondo che altri, di più ostinato e irrimediabile pessimismo, definiscono cimitero di estinti burattini.
Piacevolmente plagiato, per concludere con l'augurio di prossime sperimentazioni poetiche degne di plauso come questa, indirizzo al bravo amico Olivieri questo haiku confezionato alla buona ma con sincero trasporto:

Battito d'ali sul lido
nasce un poeta, e cresce.
Madre e maestra Natura.


Emilio Diletti S.Benedetto 21.9.1989